Di Luca Beatrice – Max agosto 2010
Lui però se ne frega. Prima l’idea delle case vendute a un euro, nel tentativo utopistico di restituire alla città il centro storico buttato giù più dalle ruspe per ottenere i finanziamenti statali che non dal terremoto del 1968. Poi il coinvolgimento di Oliviero Toscani come assessore alla creatività, un progetto attorno cui sono naturalmente convogliati i più giovani, senza mezzi ma pieni di volontà e idee. Quindi i festeggiamenti, con un anno d’anticipo, dell’unità d’Italia, alla presenza del Capo dello Stato. Infine, ultima trovata, di certo la più controversa, l’apertura del Museo della Mafia, inaugurato a maggio e costato appena 60 mila euro.
Il logo non poteva non essere un’idea di Toscani: una macchia di sangue triangolare come la Sicilia. La dedica, ovviamente, a Leonardo Sciascia, e al suo stile da gentiluomo meridionale, che la mafia la combatteva con la forza degli scritti, senza bisogno di finire tutti i giorni sulla stampa né di dar spettacolo nei talk show.
Incontro Vittorio in un ventilato pomeriggio di inizio estate. C’è una coda spontanea di gente cui non sembra vero di poter assistere a una visita guidata da lui. C’è l’intero staff, tutti ventenni capitanati da Nicolas Ballario, un piemontese votatosi alla causa salemiana che del museo è stato nominato direttore. Ciò che colpisce subito è il buio, nero, avvolgente, minaccioso, a imporre una sensazione di pericolo, persino di paura: qui si sta parlando di mafia e sappiamo che le parole più tragiche sono quelle del silenzio.
L’allestimento è stato progettato da un artista visionario e drammatico che Sgarbi ha scoperto in Sicilia innamorandosene e portandolo in giro per mezza Italia. Come scenografo Cesare Inzerillo ha un senso dello spazio davvero profondo e teatrale, ma è soprattutto lo scultore a metterti all’angolo: le sue invenzioni plastiche, ispirate alle mummie nel Convento dei Cappuccini a Palermo e all’incipit del film Cadaveri eccellenti di Francesco Rosi, parlano di un’umanità devastata dove vittime e carnefici si confondono. Una sua opera è incastrata a forza nel cemento, a ricordare i morti ammazzati dall’abusivismo edilizio, piaga sociale che con la mafia va a braccetto.
Tante le polemiche che hanno accompagnato l’ouverture del Museo, cominciando dalla prima sala in cui sono installate dieci cabine elettorali, ciascuna delle quali contiene un esplicito rimando a Cosa Nostra: la malasanità, il potere, la mancanza d’acqua, la chiesa, la compravendita di voti, le macellerie ecc… Ci si sta dentro pochi minuti e quando si esce la sensazione è di aver ricevuto un pugno nello stomaco sapendo che di finzione ce n’è davvero poca.
In un’altra stanza passano in rassegna una serie di quadri dallo stile naif e piuttosto precario. L’autore non è un pittore professionista e neppure un caso di omonimia: Gaspare Mutolo, prima criminale poi pentito, ha scoperto la sua vocazione artistica (che gli fu un tempo rubata dal boss Luciano Liggio) raccontando con colori e pennelli i tentacoli della piovra sulla città e l’esplosione incontrollata del cemento a umiliare il paesaggio mediterraneo.
Di ben altra fattura sono le tele di Patrick Ysebaert, artista fiammingo innamorato della Sicilia, che alterna vedute pittoresche e colorate con il grigio piombo dei morti di mafia. Coraggiose le “facce di mafosi” della giovane romana Flavia Mantovan, addirittura delizioso il piccolo ritratto eseguito da Mimmo Centonze, non fosse che il personaggio in questione è Totò Riina, difficile pensare di metterselo in casa.
L’arte da sola non basta, c’è bisogno di tornare alla cronaca e alle prime pagine dei giornali italiani dell’ultimo mezzo secolo per ricordarci quanto sangue la mafia ha versato. Il paradosso è che davanti a tutta questa morte Sgarbi e i ragazzi di Salemi hanno voluto costruire un museo vivo e pulsante, che se la speranza ce l’hai a vent’anni vuol dire che la guerra si può ancora vincere.
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